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25/05/2019

Il danno da discriminazione


Art. 43 D.lgs n. 286/98, D.lgs n. 215/2003

La giurisprudenza maggioritaria parrebbe concorde nel ritenere che, anche il conio di neologismi che accomunino situazioni dissimili e caratterizzati da valenza negativa, possano recare offesa alla dignità dei soggetti coinvolti, favorendo altresì un clima intimidatorio nei loro confronti.
In fattispecie di questo tipo, genericamente, si è ritenuto che potesse recare adeguata soddisfazione la diffusione della notizia del carattere discriminatorio di tale comportamento in modalità adeguate.

In diversi contesti, oltre all'immediata cessazione dei comportamenti discriminatori e la pubblicità di un comunicato rivolto al personale in merito ai rapporti di colleganza, il danno è stato quantificato in via meramente equitativa.
Pur in assenza di deduzione di specifici danni ovvero di idonei criteri liquidatori, in alcuni casi, si è ritenuta poter essere equa la corresponsione, al medesimo titolo di danno non patrimoniale, di una cifra complessiva che tenesse in pari conto la frequenza ed intrinseca offensività delle condotte in contestazione e  della generale riferibilità di queste ultime ai soggetti discriminati, nonché del loro numero.

I parametri utilizzati per giungere a tale quantificazione unitaria, peraltro, potrebbero variare in considerazione del il numero dei soggetti coinvolti, piuttosto che di eventuali caratteristiche dell'ambiente lavorativo, capaci di  acuire la possibile offensività dei rapporti.

Con sentenza di data 27 aprile 2012  il Tribunale di Varese ha riconosciuto il risarcimento del danno da discriminazione in un caso nel quale il soggetto interessato aveva altresì subito delle lesioni a seguito di aggressione, reato per cui ai convenuti era già stata comminata pena con sentenza patteggiata.

L'attore, non soddisfatto in tale sede, introduceva un giudizio civile per il risarcimento del danno.
Ebbene, in tale contesto, il giudice adito, analizzati in buon ordine gli accadimenti, oltre a riconoscere all'attore il ristoro per le lesioni subite: danno biologico, quantificato in riferimento alle tabelle di Milano, successivamente personalizzato, con attualizzazione della somma così ottenuta, ha liquidato  gli ulteriori danni qualificati di tipo esistenziale o morale, giungendo di fatto, ad una duplicazione della posta risarcitoria.

“Effettivamente, accanto ad una lesione del benessere psico-fisico del danneggiato, l'atto di violenza ha pure violato, in modo gravemente offensivo e serio, un altro bene giuridico a protezione costituzionale, ovvero quello all'identità culturale e personale, quale risvolto applicativo del diritto a non subire discriminazioni e trattamenti offensivi fondati su ragioni di tipo razziale”.
(Tribunale di Varese - Sez. distaccata di Luino, 27 aprile 2012, n. 31 in  Diritto, immigrazione e cittadinanza XIV, 3-2012, p. 143 ss)

In sintonia con quanto affermato dalle sezioni unite l'11 novembre 2008, si è riconosciuta la violazione di un'autonoma fattispecie, in relazione alla quale la legge esplicita l'esigenza di un ristoro del danno non patrimoniale patito.

“La lesione del diritto alla salute e la lesione del diritto a non subire discriminazioni, costituiscono autonomi strappi a situazioni giuridiche soggettive e, dunque, autonomo deve essere il ristoro”.
(Tribunale di Varese - Sez. distaccata di Luino, 27 aprile 2012, n. 31 in  Diritto, immigrazione e cittadinanza XIV, 3-2012, p. 143 ss)

Nel caso di specie, il risarcimento per la violazione del diritto a non essere discriminati, ha comportato un risarcimento di un importo pari a quello riconosciuto per il reato di lesioni.